Walter Ray Allen. Il suo tiro è poesia del basket; il pallone che esce dalle sue mani è morbido come una piuma e tagliente come una spada. La retina che, ineluttabilmente, si muove sembra cantare versi di leopardiana memoria. Classe, tocco e poesia riportati su un campo di pallacanestro.
Sembra strano, ma da un paio di mesi Ray Allen, il poeta della palla a spicchi, non è più un giocatore dei Celtics. I primi di Luglio ha scelto di passare ai Miami Heat, di unirsi alla causa di James, Wade e Bosh per andare a caccia di almeno un altro titolo prima della fine della carriera. Ma come mai l’amore tra il miglior tiratore della storia del gioco e i Boston Celtics è finito? Ripercorriamo i cinque anni di Allen in biancoverde, per raccontare la sua storia e provare a capire qualcosa di più sui motivi del suo addio.
Ray Allen si veste di biancoverde il 28 Giugno 2007; tre giorni dopo lo raggiunge Kevin Garnett, riportando a Boston l’appellativo “Big 3” che finora aveva contraddistinto il trio Bird-McHale-Parish dei favolosi anni ’80. Adesso Pierce, Garnett e Allen sono pronti a sfidare il mondo e a riportare nella Beantown un titolo che manca dal lontano 1986. Missione compiuta al primo tentativo con un’indimenticabile serie finale contro i Lakers, della quale restano nella memoria la rimonta da -24 in gara-4 e la gara-6 del titolo al Garden, con i gialloviola sommersi con 39 punti di scarto.
Purtroppo la cavalcata del 2008 non verrà più ripetuta, soprattutto a causa di vari infortuni che minano il cammino dei Celtics nelle stagioni successive. Questo non impedisce a Sugar Ray di lasciare il segno, con alcune prestazioni da antologia come la serie di playoff contro i Bulls nel 2009, il record di 8 triple segnate in gara-2 delle Finals nel 2010 perse contro i Lakers (con annessa difesa da libri di storia in gara-7 contro Bryant); fino ad arrivare alla notte dell’11 Febbraio 2011, sempre contro i soliti Lakers, nella quale raggiunge e supera Reggie Miller come recordman assoluto nelle triple realizzate in NBA.
In tutti questi anni l’apporto di Allen sul campo rimane da giocatore di primissimo livello. Ma già a partire dalla serie finale del 2010 il suo motore sembra iniziare ad accusare un po’ il peso degli anni. Ray è pur sempre un classe ’75, e le primavere sulla carta d’identità iniziano ad essere tante. Nonostante questo nell’estate del 2010 Ainge gli offre un biennale da 20 milioni complessivi e He Got Game resta volentieri ai Celtics: il pubblico lo adora e non gli fa mancare il suo appoggio anche fuori dal campo, nei giorni in cui il piccolo Walker (il quarto figlio della famiglia Allen) si trova in ospedale per problemi di salute.
Dalla stagione 2010-2011 però qualcosa comincia a incrinarsi: non si registrano episodi plateali o rotture clamorose, ma iniziano a serpeggiare alcune voci che forse sono all’origine della decisione presa da Allen quest’estate. Il suo nome viene sempre più spesso accostato a possibili scenari di trade, e Allen soffre in silenzio il fatto di essere considerato il più “sacrificabile” tra i Big. Poi c’è il controverso rapporto con Rajon Rondo, leader sempre meno silenzioso della squadra. I loro caratteri sono molto simili: entrambi taciturni ed enigmatici, grandi professionisti e dotati di un talento pari al loro ego. Si vocifera di forti contrasti tra i due, ma lo spogliatoio dei Celtics resta chiuso ermeticamente e non fa trapelare alcuna notizia a riguardo. La situazione rimane invariata fino all’inverno passato: la stagione è accorciata a causa del lockout e i Celtics partono male, arrivando alla pausa dell’All-Star Game con un record perdente. Le voci di un possibile scambio di Allen si fanno sempre più insistenti fin quando si apprende che Danny Ainge lo aveva praticamente ceduto a Memphis, se non fosse stato per l’intervento di coach Doc Rivers che fa saltare tutto pur di tenersi Ray a Boston. È forse questo il momento decisivo, l’episodio che fa maturare al giocatore la decisione di andarsene.
Oltre a questo, Allen si trova a vivere una stagione travagliata anche dal punto di vista fisico: una brutta serie di distorsioni alle caviglie ne limitano il rendimento; ci sarebbe bisogno di un intervento chirurgico che però metterebbe la parola fine alla sua stagione. Così Ray continua e gioca sul dolore, con degli speroni ossei nelle caviglie che lo tormentano fino alla fine dei playoff. I suoi acciacchi gli fanno anche perdere il posto in quintetto a vantaggio dell’emergente Avery Bradley. Rivers pensa allora di sfruttarlo come sesto uomo: Ray non gradisce ma si adegua per il bene della squadra, che improvvisamente incomincia a girare inanellando uno dei migliori record da Febbraio in poi e rendendosi protagonista di un’incredibile corsa nei playoff, terminata con l’eliminazione contro Miami ad un passo dalle Finals.
Finita la stagione Allen è free agent: il suo contratto coi Celtics è scaduto e potrà accordarsi con qualsiasi altra franchigia. Ainge mette sul piatto una buona offerta per altri due anni, ma da parte di Ray non c’è nessuna risposta. Tutto tace fino alla notizia riportata da Micky Arison, proprietario dei Miami Heat, la mattina del 6 Luglio: Ray Allen ha firmato per Miami. Si, proprio per quegli Heat che negli ultimi due anni erano stati i principali rivali dei Celtics, contro i quali aveva combattuto tante battaglie in maglia biancoverde. Le reazioni dei tifosi sono contrastanti, mentre Allen alla conferenza stampa di presentazione dichiara: “Sarò un Celtic per sempre”, affermazione seguita però da alcune discutibili dichiarazioni non proprio al miele sul management dei Celtics e in particolar modo su Doc Rivers. Qualche giorno dopo su una pagina del Boston Herald giganteggia una sua foto che lo ritrae esultante col Garden (e l’onnipresente mamma Flo) in delirio dopo una delle sue tante pennellate da oltre l’arco, con un messaggio scritto dallo stesso Ray; è il suo modo, forse un po’ tardivo, di ringraziare i tifosi del Trifoglio che lo hanno sempre sostenuto e amato.
Meritavano di più? Allen è un Giuda o semplicemente un professionista che fa le sue scelte? A ogni tifoso Celtico l’ardua sentenza. Con questa uscita di scena un po’ all’inglese si è forse giocato la possibilità di vedere la sua maglia numero 20 appesa al soffitto del Garden, ma non un pezzo importante nella storia di una franchigia unica al mondo.
Resta il fatto di aver avuto il privilegio di ammirare con la gloriosa casacca biancoverde uno dei giocatori più forti dell’era recente: il miglior tiratore della storia del gioco, la classe in persona; un esteta del basket. Ora lo guarderemo con gli occhi del nemico; ma state certi che quando lo vedremo muoversi sinuoso ed elegante e alzarsi maestoso per dipingere l’ennesimo capolavoro come solo lui sa fare, sussulteremo come sempre, perché al cuor non si comanda.
Ray Allen, for the win. Arrivederci campione.
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Se ripenso alla famosa notte in cui uno squallido tweet annunciava il benvenuto nella “famiglia Heat” il cuore mi comincia a sanguinare di nuovo come fece allora.Ho amato troppo Ray per poter perdonare un tradimento così profondo come quello di andare a giocare per la franchigia rivale per la meta dei soldi.Forse tra 3/4 anni quando la sua carriera sarà finita le cose potranno essere riviste sotto un’altra luce,ma sino ad allora faro’ fatica a guardarlo correre con una divisa diversa dalla nostra!Il passaggio da Jesus a Judas e stato breve e veloce come il rilascio di un tuo tiro!
Trattato come un bollito dalla “dirigenza” la scorsa stagione adesso sarebbe lui un giuda…ma non scherziamo