Sabato alle 14 il coach dei Celtics, Doc Rivers, ha tenuto una conferenza stampa al Westin Palace hotel di Milano, nell’ambito del tour europeo della franchigia della Beantown. In una piccola sala dell’albergo meneghino Rivers ha parlato per una ventina di minuti, mostrandosi disponibile a rispondere a domande di ogni genere e spaziando su vari argomenti: dalla squadra di quest’anno a quella del titolo, dalla sua carriera da allenatore alle future sfide col figlio Austin.
Si parte con una domanda sulle giovani matricole dei Celtics: “I rookie dovranno guadagnarsi minuti e la fiducia dei compagni di squadra”, dice il coach, famoso per non regalare nulla ai suoi giovani giocatori. Tuttavia c’è grande fiducia in quello che potrà essere l’apporto di Jared Sullinger, ventunesima scelta allo scorso draft: “Sullinger è il più pronto tra i nostri giovani: lo abbiamo scelto pensando che fosse già maturo per giocare nella Nba”, parole avvalorate dalla partenza in quintetto per l’ala da Ohio State nella partita contro l’Olimpia Milano. Per Rivers, Sullinger potrà dare il suo contributo fin da subito per quanto riguarda un aspetto in cui i Celtics sono stati carenti nelle ultime stagioni: i rimbalzi. “Se non prendiamo più rimbalzi e non limitiamo le palle perse non abbiamo alcuna speranza di vittoria; se invece riusciamo a migliorare in queste due categorie non siamo secondi a nessuno. Per quanto riguarda i rimbalzi dovremo lavorare meglio di squadra perché forse solo Sullinger ha quel qualcosa in più che ci manca in questo senso”. A chi gli chiede se gli danno fastidio i continui riferimenti ai Celtics come una squadra vecchia, Rivers risponde con una risata: “Beh tutto questo riguarda i giocatori e non me, quindi non la prendo sul personale. Scherzi a parte, per ragazzi come Garnett penso sia solo una motivazione in più (come accaduto negli scorsi playoff con le dichiarazioni di uno degli owner di Atlanta), quindi continuate pure a chiederglielo! Comunque credo che i veterani, a parte KG, Pierce e Terry siano pochi, dopo di loro c’è un largo gruppo di giovani che piacciono molto ai più esperti. Sono sicuro che questo mix tra gioventù e esperienza ci sarà di grande aiuto nel corso della stagione”. Per l’inserimento dei giovani sarà importantissimo anche il ruolo di Garnett, nei panni di “maestro” per i rookie: “Ci si aspetta sempre molto da Kevin anche sotto questo aspetto. Posso dire che solitamente accoglie tutti molto bene ma sa diventare durissimo se non si impegnano o non lo seguono. Anche Collins è un veterano a cui piace insegnare il mestiere ai giovani; abbiamo scelto giovani lunghi proprio perché sapevamo di avere giocatori esperti in grado di facilitare il loro impatto con l’Nba, oltre che per dare minuti a KG”.
Grande attesa e curiosità ha destato l’arrivo ai Celtics di Darko Milicic, ex seconda scelta del draft del 2002 e eterna promessa mai mantenuta. Il coach si sofferma a parlare del nuovo arrivo, esprimendo il suo apprezzamento per il giocatore: “Darko mi piace molto, ha solo bisogno dell’opportunità di giocare in una squadra che gli permetta di fare ciò che sa fare. Non gli chiediamo di essere la seconda scelta, solo di far parte di un gruppo in cui avrà un ruolo preciso. Il suo problema è che finora ha vissuto molto nel passato, pensando ai suoi errori e facendosi condizionare; vogliamo che viva nel futuro, gli ho detto che non lo sostituirò se fa un errore ma lo farò se ne commetterà altri perché condizionato da quelli precedenti. Penso che comunque sia un’aggiunta importante alla nostra squadra”.
Dopo aver parlato in maniera entusiasta di Jeff Green (“partirà dalla panchina ma avrà i minuti di un titolare, sta benissimo e siamo tutti contenti di averlo con noi dopo il problema al cuore, che ha risolto al 100%”) ed aver tessuto le lodi di Rondo (“per lui è sbagliato parlare solo di leadership: deve essere il nostro generale, lo sto spingendo a pensare sempre di più come me in modo da farlo diventare una sorta di allenatore in campo”), il Doc ha parlato di come cambierà il modo di giocare della squadra dopo la partenza di Allen: “Cambieranno molto i movimenti e i giochi in attacco, perché sia Terry che Lee sono bravi a creare tiri dal palleggio e su questo lato siamo sicuramente molto migliorati. Penso che a volte cambiare faccia bene: in questo caso penso sia stata una buona cosa. Voglio che Terry porti tanti punti col suo tiro letale, e lo stesso vale per Lee; quindi non vorrei che nessuno dei due portasse palla per troppo tempo, anche se fino al rientro di Bradley (che non avverrà prima di Dicembre) ci mancherà un play di riserva. La perdita di Dooling è molto importante proprio per questo motivo. Io e lo staff cercheremo di risolvere questa nostra carenza senza dover tornare sul mercato: Jamar Smith avrà opportunità di mettersi in mostra e anche Terry e Lee ci daranno una mano da questo punto di vista”. Il coach comunque non si dice affatto preoccupato, perché “quando tornerà Bradley avremo un reparto guardie completo, forse il migliore a mia disposizione da quando ho iniziato ad allenare”.
Il training camp in Europa e la profondità del roster portano inevitabilmente alla mente il ricordo della squadra della stagione 2007-2008, l’anno del titolo. Coach Rivers mette subito le cose in chiaro: “La principale differenza tra la squadra di quest’anno e quella del titolo è la mentalità: quella era una squadra in missione, questa non lo è ancora. Il nostro compito è quello di inculcare lo stesso pensiero nel gruppo di quest’anno. Per quanto riguarda il training camp in Europa posso dire che mi piace molto: è un modo per stare insieme e per diventare una squadra più velocemente, anche se avrei preferito partire subito dopo il media-day per avere più tempo a disposizione e fare tutto con più calma. Qualche punto in comune con la squadra di cinque anni fa comunque c’è, mi piace molto e mi fa ben sperare”.
È tempo di parlare degli avversari. Sulla storia Olimpia il Doc si mostra abbastanza preparato: “Conosco alcuni giocatori storici della squadra che sono stati dei fuoriclasse, tra cui Bob McAdoo, uno dei miei preferiti di sempre. Non sapevo però che il padre di Bryant avesse una partecipazione in società: questo li collega ai Lakers, il che vuol dire che non mi piacciono…Sto scherzando!”. Parlando invece dell’attuale roster di Milano, Rivers ammette di non conoscerlo molto: “Non conosco molto il team attuale, in genere in preseason mi concentro più che altro sullo mia squadra piuttosto che sui nostri avversari”.
Per la stagione invece il leitmotiv è il solito: il nemico pubblico numero uno saranno i Miami Heat. “Tutti parlano dei Lakers; è vero, hanno preso molti buoni giocatori, ma non potremo affrontare né loro, né gli Spurs, né i Thunder senza passare prima da Miami”. Nella Atlantic Division i Celtics troveranno poi un avversario che conoscono molto bene: sta infatti per fare il suo ritorno in Nba, con la maglia dei Knicks, l’ex bostoniano Rasheed Wallace. Il Doc non si mostra affatto sorpreso di questo grande rientro: “Non sono per nulla sorpreso, anzi: pensavo proprio che non avrebbe dovuto ritirarsi. Gia l’anno scorso parlando con lui mi disse di voler tornare, ma di non essere nelle condizioni fisiche per farlo. Farà sicuramente bene, spero che abbia quattro o cinque serate storte e che coincidano con quelle in cui ci giocheremo contro”.
La chiusura è dedicata a domande di carattere personale. Inevitabile quella sulle future sfide in Nba contro il figlio Austin, scelto da New Orleans al draft del Giugno scorso: “Sarà sicuramente una partita speciale per me e per la mia famiglia. Penso che per me sarà una sensazione strana, mentre per Austin sarà più facile: ha sempre voluto sfidarmi e battermi, quindi per lui non sarà un problema affrontarmi. Mia moglie e i miei figli mi hanno già detto che in quella partita indosseranno i colori degli Hornets…sarà divertente!”. Gli viene chiesto quando è stata la prima volta in cui Austin l’ha battuto in uno contro uno. Rivers regala una risposta spassosa: “La prima e unica volta è stata nel suo primo anno all’università: da quella volta ho deciso di non giocare più contro di lui, preferisco farlo con mio figlio più piccolo che ha 7 anni…”. Il coach ha poi spiegato come è scattata in lui la molla della voglia di allenare: “Non avrei mai pensato di diventare allenatore, mi vedevo più come telecronista. Ma verso la fine della carriera mi sono accorto che mi sarebbe piaciuto allenare, e penso che continuerò a farlo finché sentirò di amare quello che faccio”. Allenare può andare anche molto al di là di ciò che accade sul campo: “Penso che allenare ti cambi come persona e avevo sempre sottovalutato l’impatto che possono avere su di te i tuoi giocatori: parlo regolarmente con tanti ragazzi che non alleno più ed è bello, è la cosa che mi fa amare questo mestieri insieme al gusto della vittoria”. Si parla con insistenza di un suo futuro come coach di Team Usa per le prossime Olimpiadi. Rivers allontana le voci che lo riguardano: “Penso che per un coach Nba si un lavoro molto duro: il tempo per prepararti è poco, soprattutto se vai avanti nei playoff, mentre i coach universitari sono liberi da Marzo. Poi il problema più grosso sono i giocatori che non fai giocare, che non te lo perdoneranno mai: lì per lì ti diranno che non c’è problema, ma quando li affronterai in stagione proveranno a segnartene 50!”. Una chiusura in tono col personaggio, un Doc Rivers che lascia la sensazione di una grande persona e di un grande coach: la sua disponibilità e la sua simpatia catturano chi lo ascolta e fanno sentire in piena sintonia col condottiero dei Boston Celtics.
You must be logged in to post a comment.
Boston, and all points beyond
-----------------------------------------------------
Phone: BR549
Email: contact.us@celtic-nation.com
Website: www.celtic-nation.com
-----------------------------------------------------
Leggendo le risposte di questa conferenza stampa si capisce il perche io “ami” Doc cosi tanto…….