17 Giugno 2008: il Boston Garden ribolle come sempre. Forse anche di più. Sul parquet incrociato che ha vissuto l’epopea di Bill Russell e le gesta di Larry Bird si sente un profumo antico, che da tanti anni non si respirava nella Beantown: sta per iniziare Gara-6 delle Finali NBA, e i biancoverdi sono avanti 3 a 2 nella serie contro i rivali di sempre, i Los Angeles Lakers, con la possibilità di giocarsi il match point in casa e di festeggiare davanti al proprio pubblico un titolo che manca da ben ventidue anni. È stata una stagione lunga, a tratti esaltante ma che ai playoff è diventata addirittura epica: i Celtics sono dovuti passare attraverso due Gare-7, al primo turno con gli Atlanta Hawks e al secondo contro i Cleveland Cavaliers con una memorabile sfida tra Paul Pierce e LeBron James, e da una serie durissima risolta in Gara-6 contro i Detroit Pistons. Ma finalmente sono riusciti a guadagnarsi l’accesso alle Finals, per sfidare i Lakers di Kobe Bryant e Pau Gasol.
Le 5 partite giocate finora sono state tutte equilibrate, e hanno visto prevalere sempre la squadra di casa ma con un’unica, significativa eccezione: in Gara-4 i Celtics hanno infatti espugnato lo Staples Center, la casa dei Lakers, con una rimonta senza precedenti nella storia delle Finali, recuperando da uno svantaggio di 24 punti nel primo tempo e chiudendo la partita con un layup in entrata di Ray Allen (rimasto in campo per tutti e 48 i minuti dell’incontro). Vincendo una delle tre partite fuori casa i Celtics si sono quindi guadagnati il primo match point casalingo. Nelle 13 partite precedenti giocate in casa nei playoff, i Celtics vantano un record di 12 vittorie e una sola sconfitta, subita in Gara-2 della finale della Eastern Conference a opera dei Pistons. Forti di questo dato e consapevoli del loro valore e dell’incredibile spinta del pubblico del Garden, i ragazzi di Doc Rivers sono pronti a scendere in campo e a chiudere la pratica.
Inizia la partita e i Lakers partono subito forte. Tra i gialloviola c’è un giocatore che non conosce il significato della parola sconfitta: è Kobe Bryant, un uomo in missione per conquistare il suo quarto titolo, il primo senza l’aiuto di Shaquille O’Neal. Bryant prova a suonare la carica nel primo quarto, segnando a ripetizione con tiri quasi impossibili in equilibrio precario e da distanze siderali. Ma finito l’effetto-Kobe l’ondata biancoverde prende campo; e non ce n’è più per nessuno. Garnett è incontenibile, viene addirittura triplicato a tratti in post ma i suoi tiri sono una sentenza, Pierce dispensa basket su tutto il campo, Ray Allen alterna le sue proverbiali triple da poesia del basket con entrate decise a canestro e una difesa da manuale su Bryant. I Big3 risplendono sulla loro vetrina più importante, e trascinano con sé tutto il “supporting cast” attorno a loro: Rajon Rondo gestisce il pallone e giostra in cabina di regia con autorità; Eddie House e James Posey fanno piovere triple dall’arco mentre P.J. Brown, Leon Powe e il rookie Glen “Big Baby” Davis fanno il loro dovere sotto canestro. Il risultato è un secondo quarto da sogno, col quale i Celtics arrivano all’intervallo sul punteggio di 58-35, con un margine quindi di 23 punti. Il Garden è impazzito, il pubblico sembra quasi sul punto di riversarsi sul terreno di gioco; tanti iniziano addirittura a festeggiare.
Negli spogliatoi coach Doc Rivers tiene sulla corda i suoi, facendo loro capire che ci sono ancora due quarti da giocare. I ragazzi recepiscono il messaggio, e nella ripresa continuano da dove avevano lasciato: Rondo sembra Arsenio Lupin, con le innumerevoli palle rubate e le proverbiali zingarate in mezzo all’area avversaria, Ray Allen continua a bucare la retina da ogni posizione: si fa sempre più buio per i Lakers, mentre i Celtics sono ormai a un passo dal Paradiso. Nel quarto conclusivo i Celtics sfondano anche il muro dei 40 punti di vantaggio, e a 4 minuti dalla fine Rivers richiama in panchina Pierce, Garnett e Allen: i Big3 hanno compiuto la loro missione. Hanno saputo sacrificare parte dei loro interessi personali per il bene della squadra, in perfetta sintonia con i dettami della filosofia adottata prima dell’inizio della stagione: Ubuntu, “Io sono perché noi siamo”. È questo il mantra che li accompagnati lungo il loro cammino vincente, chiuso con la vittoria che da campioni li trasforma in Campionissimi, vere e proprie leggende viventi. Gli ultimi minuti sono un lungo, dolcissimo conto alla rovescia: i tifosi in deliro possono gridare tutta la loro gioia per un momento atteso da ventidue anni. Il punteggio finale è di 131-92 per i biancoverdi: i Lakers vengono schiantati con uno scarto di 39 punti, il massimo nella storia delle Finali. Per i Celtics è un trionfo completo contro i rivali di sempre.
A fine gara la festa viene trasportata in campo; i ragazzi impazziscono di gioia, molti piangono. Ma l’abbraccio più bello è quello tra Kevin Garnett e Bill Russell: il trait-d’union tra i Celtics campioni e la squadra leggendaria degli anni Sessanta. Bill e Kevin sembrano padre e figlio: nel loro abbraccio c’è l’orgoglio della vecchia leggenda per l’impresa dell’allievo prediletto e la felicità del nuovo campione per essersi guadagnato un posto nella storia accanto al suo maestro. Perché i Celtics sono come una grande famiglia che dura nel tempo e che accomuna molte delle leggende più grandi del basket.
Paul Pierce, The Captain and The Truth, l’eletto risorto da molti baratri per illuminare di arte cestistica gli occhi e i sogni dei suoi tifosi, viene premiato come MVP delle Finali e alza al cielo il Larry O’Brien Trophy, festeggiando il diciassettesimo titolo della leggendaria storia della franchigia del Trifoglio. Da qualche parte Red Auerbach, patriarca e simbolo biancoverde andatosene pochi mesi prima, sorride: e per festeggiare coi suoi ragazzi, si accende uno dei suoi proverbiali sigari.
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