Come un avvocato che si rimette alla clemenza della corte: è più o meno questa la fotografia dell’inizio stagione dei Celtics dal punto di vista difensivo. Quello che, dagli albori dell’NBA, è sempre stato considerato il punto di forza e il tratto distintivo della franchigia del Trifoglio, in questo inizio di stagione è senza dubbio il tallone d’Achille della squadra di Doc Rivers. Ma quali sono i motivi di questa improvvisa involuzione difensiva di una squadra che fino allo scorso anno era nell’élite della categoria?
Partiamo dai dati concreti, quelle nude cifre che certamente non dicono tutto ma ci aiutano a capire molti aspetti del problema: i Celtics concedono agli avversari oltre 99 punti a partita, piazzandosi al diciannovesimo posto della categoria. Salta immediatamente all’occhio il raffronto con la passata stagione, chiusa con 89 punti concessi in media agli avversari, seconda miglior difesa alle spalle solo dei Chicago Bulls. 10 punti di differenza tra una stagione e l’altra sono una forbice importante, che testimonia tutte le difficoltà di questo avvio di stagione. Questo deficit così elevato è però presto spiegato analizzando le percentuali al tiro degli avversari: se nella passata stagione i Celtics guardavano tutti dall’alto in basso, lasciando ai rivali solo il 42% dal campo e addirittura il 30,8% da tre punti, quest’anno la situazione è ben diversa, col 46,3% dal campo unito al 38,1% da tre; rispettivamente quartultimi e penultimi delle speciali classifiche. Se a tutto ciò aggiungiamo una cronica carenza a rimbalzo, ambito nel quale i Celtics sono staccatissimi all’ultimo posto della lega, abbiamo un quadro della situazione quantomeno preoccupante.
Vedendo la squadra in azione in questi primi scampoli di stagione, ci si rende facilmente conto di quanto il sistema difensivo dei Celtics non possa prescindere dal suo uomo guida: Kevin Garnett, nonostante le sue ormai 36 primavere, è un punto di riferimento insostituibile come “regista difensivo”. Le asfissianti difese in uno contro uno non sono, giocoforza, frequenti come una volta, ma la sua “vocalità” e la sua feroce applicazione fanno ancora tutta la differenza del mondo per la fragile retroguardia biancoverde. Non a caso, ogniqualvolta il Re Leone torna a sedersi in panchina, la squadra accusa regolarmente il colpo, non riuscendo più a disporsi nella maniera adeguata e soffrendo ancor di più gli attacchi avversari. Il pitturato rimane pressoché sguarnito, territorio di caccia ideale dei lunghi e dei penetratori avversari che hanno buon gioco nel segnare canestri facili.
Tuttavia anche col numero 5 sul terreno di gioco, la difesa dei Celtics non sembra essere più efficace come la ricordavamo. Certamente, il rinnovamento sostanziale del roster portato dal mercato estivo con l’aggiunta di tantissimi volti nuovi non agevola la soluzione del problema: è chiaro che ci vuole del tempo per entrare in un nuovo sistema di gioco, soprattutto in un sistema particolare come quello dei Celtics. Ma così facendo, sia per mancanza di intesa che per mancanza di comunicazione, la difesa è la prima a risentirne se i meccanismi non sono ben oliati. Un altro elemento fondamentale che non è possibile non tenere in considerazione è il nuovo assetto con cui i Celtics stanno affrontando questo campionato: quella “small-ball” tanto in voga in un basket in cui scarseggiano i lunghi di livello e si cerca di fare necessità virtù abbassando i quintetti e cambiando molti aspetti del proprio gioco. I Celtics si sono chiaramente mossi in questa direzione nella offseason, come dimostra la presenza a roster di soli 3 giocatori (Wilcox, Garnett e Collins) superiori ai 2.08 di altezza, con il solo Collins (tra l’altro autore solo di sporadiche apparizioni sul parquet) vero centro di ruolo. Questa scelta implica un diverso tipo di gioco e di difesa, che necessariamente non può più essere una difesa relativamente statica e “di posizione”, ma deve per forza di cose adeguarsi con rotazioni rapide e continue (fondamentale in cui sono maestri i Miami Heat, non a caso campioni in carica e dotati di un certo LeBron James, atleta totale che può ricoprire e “manifesto” del nuovo basket “small-ball”). In queste prime uscite i Celtics stanno dimostrando di essere ancora lontani dalla perfezione, accusando evidenti difficoltà ad adeguarsi a un nuovo modo di giocare dal quale per ora derivano più svantaggi che vantaggi: l’affanno nelle rotazioni e nei cambi di marcatura è tangibile, così come la confusione e l’insicurezza che portano a difese deficitarie anche sul più elementare dei pick&roll. Tutto questo senza dimenticare la carenza a rimbalzo, un problema cronico dei Celtics degli ultimi anni ma che in questa stagione si fa sentire maggiormente: infatti senza il controllo dei tabelloni i Celtics beneficiano di rare occasioni per correre in transizione, in contraddizione con un altro dei chiari obiettivi del’estate, quando il management biancoverde si era mosso per portare a Boston giocatori atletici in grado di alzare i ritmi e di assecondare Rondo con rapidi ribaltamenti di fronte.
Con il taglio di Darko Milicic i Celtics hanno adesso un posto vuoto a roster, con la priorità di fare un’aggiunta mirata che possa contribuire magari portando in dote un buon quantitativo di rimbalzi. Senza dimenticare che fra circa un mese è previsto il rientro di una pedina fondamentale per lo scacchiere biancoverde: quell’Avery Bradley che con le sue fantastiche doti di difensore sulla palla e con il suo atletismo darà senz’altro una grande spinta una volta tornato a pieno regime. In attesa di tutto ciò i Celtics devono però raccogliersi e trovare al più presto il bandolo della matassa: la classifica, con 6 vittorie e altrettante sconfitte, non è sicuramente quella che tutto l’ambiente si aspettava. C’è da invertire la rotta e da migliorare la chimica di squadra; non ci esiste modo migliore che iniziare a difendere da veri Celtics. Per non appellarsi alla clemenza della corte e tornare a fare la voce grossa, guidati dall’ “avvocato” Garnett. La parola alla difesa!
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