Stanotte i Boston Celtics, nel pieno di una striscia di sei vittorie consecutive che hanno segnato la rinascita di una squadra data per morta (come altre volte) troppo presto, ospitano i New Orleans Hornets: gli avversari sono tra i più giovani della lega, con un roster molto interessante e dal futuro assicurato, ma la classifica li vede occupare le ultime posizioni della Western Conference. Sembrerebbe una partita come tante, senza particolari motivi d’interesse: non c’è la rivalità coi Lakers, gli Heat o i Knicks, e nemmeno il blasone di franchigie come San Antonio o Oklahoma; niente di tutto questo. Eppure, nell’universo dei Celtics, quella di oggi è forse una delle gare più significative dell’intera stagione regolare: negli Hornets infatti milita un giovane rookie di appena vent’anni; il suo ruolo è quello di guardia, e si chiama Austin Rivers. Si, è proprio quel cognome a fare la differenza, perché stasera al Boston Garden arriva il figlio del Doc, coach dei biancoverdi; e siccome le questioni familiari sono sempre importanti nella “famiglia celtica”, ecco che il match di stasera si carica di significati che vanno al di là dell’aspetto sportivo.
Austin Rivers si è da poco affacciato al mondo dei “grandi”, scelto con elevate aspettative alla chiamata numero 10 del draft dello scorso Giugno. Si vociferava addirittura di un tentativo del management dei Celtics per strapparlo alla concorrenza, mettendo a punto uno scambio che avrebbe permesso ai biancoverdi di scalare posizioni di scelta e di arrivare abbastanza in alto da poter anticipare la concorrenza e assicurarsi le prestazioni del figlio d’arte. La ragione però ha prevalso sul cuore, e il giovane Austin si è così accasato alla franchigia della Louisiana. Tuttavia l’impatto col mondo dei pro si sta rivelando molto complicato: il talento del ragazzo non si discute, ma un ruolo ancora non ben definito (caratteristiche da guardia ma fisico da play) e una rinnovata concorrenza interna portata dal rientro di Eric Gordon hanno reso difficile la prima parte della stagione, condizionata anche da un intervento alla caviglia durante l’estate. Ma stanotte l’aspetto tecnico passerà senza dubbio in secondo piano, per lasciare spazio alle emozioni della prima sfida tra padre e figlio.
Il rapporto tra i due è splendido: malgrado la lontananza dovuta prima alla carriera da giocatore e poi a quella di allenatore, Doc è sempre riuscito a seguire la crescita dei figli, in particolare di Austin che ha seguito con successo le orme del papà. Non dimentichiamoci che, proprio per seguire più da vicino la maturazione umana e cestistica del giovane Austin, Doc manifestò l’intenzione di lasciare la panchina dei Celtics dopo le Finali perse del 2010. Questi propositi furono fortunatamente (parlando egoisticamente, dal punto di vista della franchigia biancoverde) allontanati, e stasera potremmo gustarci il primo assaggio della sfida tra i due. Una cosa è certa: dopo l’emozione iniziale non ci saranno sconti, perché nessuno dei due sarà minimamente disposto a perdere. Fu proprio lo stesso Doc a sottolinearlo nella conferenza stampa rilasciata in Ottobre durante il weekend milanese, da noi raccontata a suo tempo e di cui proponiamo uno stralcio:
Chiudendo la dichiarazione con una gustosa battuta sulle sfide in uno contro uno tra i due:
Segno evidente di quanto il coach sia restio ad accettare la sconfitta anche contro la sua prole.
Insomma, gli occhi di tutti stasera saranno puntati sui due Rivers: uniti dal cognome, dal talento e dalla passione; ma soprattutto da un rapporto fantastico tra un padre amorevole e orgoglioso e il suo splendido figlio.
Doc e Austin: avversari per una notte, nemici mai.
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