Seconda parte del nostro approfondimento di metà stagione sulla situazione del campionato NBA. Dopo aver analizzato la parte Est della lega, tocca ora alla Western Conference finire sotto la lente di ingrandimento di Celtic Nation. La situazione ad Ovest sembra ben delineata: tre squadre a recitare la parte del leone, due outsider pronte a fare brutti scherzi alle prime della classe e un terzetto che sembra aver messo le cose in chiaro riguardo alla corsa per le ultime poltrone disponibili per la postseason.
La vetta della conference affacciata sul Pacifico potrebbe essere rappresentata come uno scenario tipico delle rivoluzioni a cavallo tra il ’700 e l’800: la nobiltà (ovvero gli eterni Spurs) vuol tenersi stretta il suo dominio storico, ma la borghesia (Thunder e Clippers) diventa sempre più forte e preme per ribaltare l’ancien régime cestistico e conquistare il vertice. San Antonio lascia sempre più senza parole ogni anno che passa: quando ormai tutto lasciava pensare (per l’ennesima volta nelle ultime stagioni) che sotto l’Alamo fossero ormai state accantonate le ambizioni di gloria, dopo il cocente smacco patito dai Thunder nelle scorse finali di conference, l’ineffabile coach Popovich ha saputo trovare l’alchimia per rendere i suoi Spurs una macchina da guerra tirata a lucido. I nomi sono sempre quelli, perché al roster dello scorso anno è stato aggiunto solo il rookie francese De Colo, ma il rendimento dei senatori bianconeri è invidiabile: Parker sta vivendo una delle migliori annate della carriera, con cifre da fenomeno assoluto (20,8 punti con quasi il 54% dal campo, il tutto condito da quasi 8 assist di media), Duncan sembra aver fermato il tempo e con i suoi 17 punti e quasi 10 rimbalzi a partita fa ancora parte a pieno titolo di quella ristretta élite di fuoriclasse capaci di spostare gli equilibri; solo Manu Ginobili sembra un pò in ombra fino a qui, frenato dai consueti acciacchi che lo staff medico dei texani ormai conosce e sa perfettamente come gestire. Attorno al nucleo dei 3 moschettieri, il solito mix di giovani talenti e veterani navigati, ognuno di loro pronto a dare il suo contributo e a lasciare il segno nei momenti che contano. Gli anni passano, ma gli Spurs sono sempre li: e l’impressione è che anche quest’anno chi vorrà prendersi la corona del vecchio Ovest dovrà vedersela con loro. Ma come detto gli sfidanti non mancano, a cominciare da quegli Oklahoma City Thunder che già lo scorso anno riuscirono a prendersi lo scalpo pregiato degli Spurs, salvo poi venire sconfitti alle Finals ad opera dei Miami Heat. La perdita di Harden, ceduto in fretta e furia alla vigilia della stagione dopo il rifiuto di rinnovo (sarebbe andato in scadenza a Giugno col rischio di vederlo traslocare senza ottenere niente in cambio), ha sicuramente tolto qualcosa in termini di talento puro e produzione dalla panchina, anche se Kevin Martin (arrivato da Houston in sostituzione della barba più famosa del mondo) si è calato a meraviglia nel ruolo, vincendo lo scetticismo iniziale e producendo ottime prestazioni. Il duo Durant-Westbrook è ormai una garanzia e una delle coppie più forti e complete della lega: il Divino è sempre più cannoniere spietato ed ha aggiunto al suo atteggiamento sul rettangolo di gioco una cattiveria agonistica insospettabile (che gli è costata finora anche in termini di falli tecnici, ben 11, che quasi pareggiano i 12 fischiatigli nei primi 5 anni di carriera), mentre l’elettrico playmaker sembra aver ritrovato anche il gusto di servire i compagni, aumentando di quasi 3 assist la sua media rispetto alla passata stagione. Se a tutto ciò aggiungiamo i miglioramenti offensivi di Ibaka (movimenti in avvicinamento a canestro ma soprattutto un piazzato dalla media-lunga distanza che è ormai una sentenza), la solidità difensiva di Perkins e Sefolosha e il Q.I. cestistico di un professore del gioco come Nick Collison, capite che il quadro è veramente quello di una corrazzata attrezzata per arrivare fino in fondo. D’altronde i Thunder vogliono migliorare i risultati della scorsa stagione; e per chi ha perso in finale NBA, il miglioramento può volere dire solo una cosa: la conquista dell’anello. A recitare il ruolo di terzo incomodo per la vetta dell’Ovest troviamo il Los Angeles Clippers: da sempre la faccia povera e sfortunata della città degli angeli, adesso i Clippers si possono invece fregiare del titolo di dominatori in città, surclassando i cugini dei Lakers grazie ad una magnifica stagione. La cura di un artista del calibro di Chris Paul ha reso i “Velieri” una macchina da corsa, alimentata dalla crescita di Blake Griffin e dai progressi di DeAndre Jordan, nonché dal ritorno di Billups che può quasi dirsi completamente ritrovato dopo il brutto infortunio della stagione scorsa. Ma la vera differenza per i biancorossi la sta facendo senz’altro la panchina, che con 40 punti a partita (sui 100 totali della squadra) è la chiave della stagione dei Clippers: Jamal Crawford è il secondo miglior realizzatore della squadra (sfiorando i 17 punti a sera), Matt Barnes sta giocando il miglior basket della carriera, Bledsoe prosegue la sua crescita e Lamar Odom sembra essere sulla strada giusta per tornare ad essere un giocatore vero dopo aver gettato alle ortiche la stagione scorsa. I Clippers sembrano avere le carte in regola per fare strada anche in postseason, anche se rimangono i dubbi sulle capacità di gestione di coach Vinny Del Negro e sull’impatto a livello playoff di Griffin. Le voci di un forte interessamento per Kevin Garnett sono il segnale di uno sforzo anche a livello societario per compiere il definitivo salto di qualità necessario per competere per il titolo. Los Angeles sembra, almeno per quest’anno, aver trovato dei nuovi padroni: ci saranno anche loro quanto il gioco si farà duro.
A 3 partite di distanza dal terzetto di testa, troviamo due franchigie fatte apposta per recitare il ruolo di outsider: Memphis e Denver, due squadre dalla filosofia e dalle caratteristiche totalmente agli antipodi, hanno però le qualità per impensierire le grandi dell’Ovest. I Grizzlies sono reduci da una trade che li ha visti privarsi per esigenze di bilancio del loro miglior realizzatore (Rudy Gay, passato a Toronto con più di 17 punti di media che fanno il paio coi quasi 17 milioni di contratto), dalla quale hanno avuto in cambio un veterano come Prince e due giovani interessanti come Ed Davis e Austin Daye. Se a prima vista la franchigia del Tennessee sembra uscita indebolita da questa trade (peraltro preceduta dalle cessioni di Speights e Ellington), la realtà dei fatti potrebbe essere diversa: Prince è un gran giocatore e sa come si giocano le partite che contano, ed un ambiente nuovo e competitivo potrebbe risvegliarlo dal torpore degli ultimi, deludenti anni a Detroit; Davis ha fatto buone cose a Toronto, mentre per quanto riguarda Daye si attende da un momento all’altro la sua esplosione a livello NBA, dove era arrivato dopo una brillante carriera al college. I Grizzlies inoltre possono contare su una delle coppie di lunghi più forti e complete della lega come Marc Gasol e Zach Randolph, affiancati da una coppia da due esterni affidabili come Conley e Allen. La rotazione è molto corta, e la panchina sembra troppo limitata per poter avere un impatto a livello di playoff: ma Memphis ha già dimostrato in passato cosa è capace di fare senza i favori del pronostico (chiedere agli Spurs del 2011 informazioni a riguardo). Guarda caso anche in quell’occasione mancava Rudy Gay a causa di un infortunio alla spalla, e chissà che i Grizzlies non possano rinverdire i fasti di due stagioni or sono. A far loro compagnia, staccati di appena una partita e mezza (ma con 3 partite in meno da giocare, e quindi in potenziale parità) troviamo i frizzantissimi Denver Nuggets: squadra giovane, talentuosa e tra le più divertenti da vedere, allenata magistralmente da un grande coach come George Karl. In Colorado tutti sanno fare tutto a livelli ottimi, soprattutto nella metà campo offensiva dove troviamo addirittura sei giocatori capaci di realizzare oltre 10 punti di media a partita. Tra questi, al primo posto troviamo, non senza una nota di grande orgoglio Italiano, il nostro Danilo Gallinari: il Gallo, nella stagione che doveva fare da spartiacque nella sua carriera in NBA, si sta a tutti gli effetti imponendo come un giocatore di primissimo livello, forte dei suoi 17,2 punti e 5,5 rimbalzi a partita ma soprattutto di una personalità che ormai gli ha permesso di stabilirsi come il leader della franchigia. Il roster dei Nuggets è davvero profondo e ricco di talento (non a caso anche la panchina è una delle più forti della lega), e il Pepsi Center è un fortino quasi inespugnabile (22-3 il record tra le mura amiche, uno dei migliori in assoluto). In un ipotetico primo turno dei playoff con Memphis se ne vedranno delle belle: e se i Nuggets dovessero avanzare al secondo turno, nessuno sarà contento di trovarseli contro.
Le ultime tre piazze utili per l’accesso alla postseason sono occupate da due squadre giovani, talentuose e futuribili (Warriors e Rockets) e da una franchigia che si trova un pò a metà del guado con più di un contratto importante in scadenza (Jazz). I Golden State Warriors sono senza dubbio una delle sorprese della stagione: il secondo anno della gestione di coach Mark Jackson sta ottenendo successi insperati ad inizio stagione, con un gioco bello e produttivo che li ha portati a giocarsi posizioni importanti ad Ovest (attualmente sesti, con escursioni anche tra le prime quattro della graduatoria). Stephen Curry sta vivendo la stagione della consacrazione, finalmente libero dai problemi fisici (soprattutto alle caviglie) che lo hanno tormentato nei primi anni di carriera; David Lee è tornato il giocatore visto ai Knicks e viaggia di gran carriera a quasi 20 punti e più di 10 rimbalzi di media; il sophomore Klay Thompson sta rispettando le grandi attese in lui riposte, dimostrandosi cecchino implacabile dalla lunga distanza e a suo agio nel quintetto titolare. La panchina è validissima, con due vecchie volpi come Jarrett Jack e Carl Landry a dare un fondamentale apporto in termini di prestazioni e di esperienza, mentre le scelte del draft (su tutti Barnes e in seconda ruota Green e Ezeli) si sono rivelate assai azzeccate. Recentemente ha fatto il suo ritorno in campo anche il lungodegente Bogut, che porta sicuramente centimetri e mestiere in mezzo al pitturato. Dopo un inizio fortissimo gli Warriors sembrano in leggera flessione: il loro basket rimane però uno dei più piacevoli del campionato, e ai playoff potranno cercare di ripetere le gesta degli “antenati” del 2007 (che batterono in un epico primo turno i favoritissimi Mavericks). Con lo stesso numero di vittorie (ma con due partite in più giocate) troviamo gli Utah Jazz: squadra dal talento non eccelso, ma alla quale senza dubbio non manca la solidità e la profondità del roster, che può vantare tra l’altro un reparto lunghi da far invidia a più di una franchigia. Proprio i lunghi sembrano essere la chiave del futuro prossimo dei Jazz: i contratti dei titolari Jefferson e Millsap scadono a Giugno, e i giovani Favors e Kanter (rispettivamente classe ’91 e ’92) scalpitano per guadagnarsi i galloni da titolari. Vedremo se Utah riuscirà a risolvere le loro situazioni entro la trade deadline (fissata il 21 Febbraio) o se correrà il rischio di portare a scadenza entrambi i contratti: se tutto rimarrà così com’è, i playoff saranno una sicurezza ma la corsa dei Jazz durerà verosimilmente molto poco (anche se a Salt Lake City si passa sempre con grande difficoltà). Chiudono la zona playoff gli Houston Rockets, che dopo aver fatto piazza pulita liberando spazio salariale erano attesi ad un’annata di transizione: ma l’acquisto di James Harden, arrivato come un fulmine a ciel sereno a poche ore dall’inizio della regular season, ha cambiato le prospettive immediate e future per la franchigia texana. Il Barba sta infatti mettendo su una stagione da fuoriclasse assoluto: 26 punti, quasi 5 rimbalzi, quasi 6 assist e 2 palle rubate, numeri che gli sono valsi la prima chiamata per l’All Star Game (giocato tra l’altro tra le mura amiche). Attorno a lui, un quintetto tra i più giovani della lega sta emergendo già come una bella realtà, in attesa di poter dominare il futuro: Lin non è quello della “Linsanity” ma si sta dimostrando senz’altro un playmaker più che buono, Parsons è esploso dopo il sorprendente anno da rookie ed è adesso considerato una della giovani ali piccole più forti e complete della lega; infine Asik, titolare dopo qualche stagione da ottima riserva a Chicago, oltre alle ben note qualità difensive e a rimbalzo sta mettendo in mostra anche insospettate capacità offensive, che lo portano addirittura in doppia-doppia di media (10,5 punti e 11,5 rimbalzi). Un altro giovane come Patterson sta continuando il suo ottimo sviluppo, mentre Marcus Morris ha iniziato a mettere in mostra qualità interessanti; a fare da contorno (ma non troppo) due giocatori ancora giovani ma con già molta esperienza alle spalle (come Delfino e Toney Douglas) fanno dei Rockets una squadra da rispettare già adesso, e da temere in ottica futura. A questo ritmo il posto ai playoff è assicurato, anche se la posizione finale dovrebbe portare in dote un avversario molto forte già dal primo turno: ma a quel punto Houston avrà ogni pronostico contro, e da totale outsider potrà pensare a divertirsi e a fare esperienza per le prossime stagioni.
Fuori dai playoff, e staccate di qualche partita, troviamo tre squadre che sembrano ormai aver perso il treno delle posizioni che contano. E se i Portland Trail Blazers stanno andando oltre le aspettative, guidati dal fenomenale play Damian Lillard che viaggia dritto verso il premio di matricola dell’anno e già leader di un quintetto in cui il veterano è il ventisettenne LaMarcus Aldridge, i Lakers e i Mavericks sono senza dubbio i due grandi flop della stagione. I gialloviola, partiti con gran spolvero di lustrini e pailettes dopo una campagna acquisti faraonica, che ha portato alla corte di Bryant giocatori del calibro di Nash, Howard e Jamison, non sono mai riusciti a trovare uno straccio di chimica di squadra, falcidiati dall’ego smisurato delle loro stelle e da una serie infinita di infortuni. A niente è valso il licenziamento record di Mike Brown per affidare la guida a coach Mike d’Antoni, che non è riesciuto a predicare le sue idee di basket. Accedere ai playoff sembra un’impresa come quella della scalata di un Ottomila, e se la stagione dovesse chiudersi senza postseaon potrebbe addirittura tirare aria di rivoluzione in quel di Hollywood. Discorso un pò diverso per Dallas, altra nobile decaduta che comunque, dopo aver smantellato la squadra che appena 2 stagioni fa aveva salzato il Larry O’Brien Trophy, non si aspettava certo una stagione così mediocre: la ricostruzione operata con un mix di giovani in cerca di rilancio e vecchi leoni si è rivelata fallimentare, complice anche l’infortunio del grande Dirk Nowitzki che lo ha prima tenuto a lungo ai box e poi ne ha fortemente condizionato il rendimento. Il vulcanico e danaroso proprietario Mark Cuban non ha gradito affatto: aspettiamoci un’estate movimentata in casa Mavs.
Il quartetto che chiude la Western Conference è composto da squadre che guardano ormai al draft del prossimo Giugno, con stati d’animo diversi: se Minnesota si lecca le ferite (con una lunga serie di gravi infortuni che ne hanno minato le possibilità di competere per un posto ai playoff), New Orleans sa di aver iniziato un progetto a lungo termine con la scelta di Anthony Davis e un gruppo giovanissimo, mentre Sacramento ancora non sa cosa vorrà fare da grande (in attesa del probabile trasferimento della franchigia a Seattle), continuando ad ammassare giovani talenti che evidentemente non hanno le attitudini mentali giuste per diventare una squadra. Fanalino di coda i Phoenix Suns, che sulla carta potevano provare a correre per un posto ai playoff ma che stanno naufragando nel profondo sud della conference.
Tre squadre in fuga: la maglia rosa dell’Ovest se la giocheranno verosimilmente Spurs, Thunder e Clippers (con le prime due in leggero vantaggio). Il fattore esperienza pende tutto a favore di San Antonio, ma il talento esplosivo dei Thunder (che, peraltro, li hanno già battuti lo scorso anno) e il roster infinito dei Clippers sembrano potersela giocare senza timore reverenziale. Le outsider sembrano poter solo impensierire le prime della classe, perché obiettivamente sembra impossibile vedere squadre come Denver o Memphis avanzare fino alla finale di conference. La sagacia dell’Alamo, la potenza del Tuono o il vento in poppa dei Velieri: chi la spunterà?

